Dalle macerie al palcoscenico: cinque rivoluzioni culturali nelle periferie italiane
Non serve un teatro da duemila posti per fare cultura. Non serve un budget milionario, un direttore artistico famoso o la benedizione di qualche fondazione bancaria. A volte basta un cortile, una vecchia officina, un gruppo di persone che ha smesso di aspettare che qualcuno facesse qualcosa al posto loro.
In tutta Italia, nelle periferie che i telegiornali citano solo quando succede qualcosa di brutto, stanno accadendo cose straordinarie. Movimenti culturali nati dal basso, con pochissime risorse e moltissima energia, che stanno cambiando la vita di interi quartieri. Ve ne raccontiamo cinque, ma sappiate che ne esistono decine.
1. Scampia Ribalta — Napoli
Se dici Scampia, la maggior parte delle persone pensa ancora a Gomorra. Ma chi vive lì sa che il quartiere è molto di più — e da qualche anno lo sa anche chi ci viene da fuori, grazie a Scampia Ribalta, un progetto teatrale che ha trasformato uno spazio ricavato da un ex centro sociale in uno dei laboratori di drammaturgia più vivi del Sud Italia.
Fondato nel 2018 da un gruppo di attori locali e insegnanti di sostegno, il progetto lavora con ragazzi dagli 8 ai 25 anni usando il teatro come strumento di elaborazione dell'identità. «Non facciamo teatro terapia», tiene a precisare Carmela Esposito, una delle fondatrici. «Facciamo teatro e basta. Ma il teatro, quando è vero, guarisce comunque».
Ogni anno Scampia Ribalta produce due spettacoli originali scritti e interpretati dai partecipanti, che vengono portati in tournée nei teatri cittadini. L'effetto sul quartiere è misurabile: i ragazzi che partecipano continuano gli studi in percentuale molto più alta della media locale. Ma la cosa più importante, dicono lì, è più difficile da quantificare: hanno imparato a raccontarsi senza vergogna.
Come replicarlo: Cercate uno spazio abbandonato nel vostro quartiere, contattate il Comune per un comodato d'uso gratuito, e trovate un insegnante di teatro disposto a lavorare pro bono per il primo anno. Il resto viene da sé.
2. Zona Franka — Palermo
Nel quartiere Zen di Palermo, uno dei simboli più discussi dell'urbanistica italiana del Novecento, un collettivo di giovani architetti e musicisti ha preso in gestione un vecchio magazzino comunale e lo ha trasformato in uno spazio ibrido: sala prove, studio di registrazione, galleria d'arte, e ogni giovedì sera, luogo di incontro aperto a tutti.
Zona Franka non ha una programmazione fissa. Ha una filosofia: lo spazio appartiene a chi lo usa. Chiunque può proporre un evento, un workshop, una mostra. L'unica regola è che deve essere gratuito o a offerta libera. «Volevamo che il denaro non fosse un filtro», spiega Daniele Amato, uno dei fondatori. «La cultura deve essere accessibile a tutti, non solo a chi può permettersi un biglietto».
In tre anni, Zona Franka ha ospitato oltre duecento eventi, formato più di quattrocento persone in discipline che vanno dalla produzione musicale alla serigrafia, e — forse la cosa più importante — ha creato una rete di relazioni tra persone che prima non si conoscevano pur vivendo a cento metri di distanza.
3. Biblioteche Viventi — Torino Nord
Nelle Vallette, quartiere torinese costruito negli anni Sessanta per accogliere l'ondata migratoria dal Sud, una bibliotecaria in pensione di nome Rosanna Ferretti ha avuto un'idea semplice e rivoluzionaria: e se invece di prestare libri, prestassimo persone?
Il progetto Biblioteche Viventi funziona esattamente come una biblioteca tradizionale, ma al posto dei volumi ci sono esseri umani con storie da raccontare. Anziani partigiani, immigrati di prima generazione, ex detenuti, artisti, artigiani: ognuno è un «libro» che può essere «preso in prestito» per una conversazione di trenta minuti.
L'impatto sul tessuto sociale del quartiere è stato immediato e profondo. Generazioni che non si parlavano hanno iniziato a farlo. Pregiudizi si sono sciolti nel confronto diretto. E la biblioteca fisica del quartiere, quasi abbandonata, ha visto triplicare le iscrizioni in due anni. «Le persone sono venute per ascoltare le storie», dice Rosanna. «E poi si sono ricordate che i libri le storie le contengono tutte».
4. Muri che Parlano — Reggio Calabria
Nel quartiere Arghillà di Reggio Calabria, costruito come alloggio popolare negli anni Ottanta e mai completato, un progetto di street art coordinato dall'associazione Rizoma ha trasformato le facciate grigie di decine di edifici in una galleria a cielo aperto che racconta la storia del territorio.
Ma la cosa interessante non è il risultato visivo — per quanto spettacolare. È il processo. Ogni murales è stato preceduto da settimane di incontri con gli abitanti: chi vive in quell'edificio, cosa vuole vedere sulla parete di casa sua, quale storia vuole che venga raccontata. Gli artisti sono stati facilitatori, non autori unici.
«La street art fatta dall'esterno può diventare gentrificazione mascherata da cultura», spiega Marta Criaco di Rizoma. «Noi volevamo fare il contrario: restituire agli abitanti il diritto di raccontarsi».
Il progetto ha vinto un premio europeo per la rigenerazione urbana e sta diventando un modello studiato in altre città del Mezzogiorno.
5. Orto Sonoro — Milano Gratosoglio
L'ultimo esempio viene da Milano, ma non dalla Milano dei Navigli o di Brera. Viene da Gratosoglio, periferia sud dove i palazzi alti sembrano toccare un cielo sempre un po' più basso. Qui, in uno spazio verde abbandonato vicino a un cavalcavia, un gruppo di musicisti e ortolani amatoriali ha creato qualcosa di difficile da classificare: un orto comunitario dove si coltivano sia verdure che suoni.
Orto Sonoro organizza ogni mese un concerto-picnic dove i musicisti suonano tra le aiuole e il pubblico può portare qualcosa da mangiare prodotto nell'orto stesso. Ma il progetto è anche una scuola informale di musica, uno spazio di aggregazione per famiglie, e — non ultimo — un presidio ecologico in un'area urbana che ne aveva bisogno.
«Volevamo dimostrare che la bellezza non ha un indirizzo privilegiato», dice Luca Fontana, uno dei fondatori. «Può nascere ovunque, se le persone decidono che vale la pena coltivarla».
La lezione comune
Cosa hanno in comune questi cinque progetti così diversi tra loro? Nessuno ha aspettato il permesso. Nessuno ha iniziato con grandi risorse. Tutti hanno capito che la cultura non è un servizio che si eroga dall'alto, ma una pratica che si costruisce insieme, con pazienza, con ascolto, con la disponibilità a sbagliare e ricominciare.
In un paese che spesso si lamenta della mancanza di investimenti nella cultura, queste storie ci ricordano che l'investimento più importante è quello di tempo, energia e attenzione che siamo disposti a fare noi stessi. La rinascita culturale non arriva con un decreto ministeriale. Nasce in un cortile, tra persone che hanno smesso di aspettare.