Il grande ritorno: perché la Gen Z ha riscoperto Fellini, il vinile e la moda anni '70
Se avete meno di trent'anni e vi trovate in una qualsiasi libreria italiana, avete probabilmente già notato la scena: ragazzi con le AirPods che sfogliano le opere complete di Italo Calvino, o che fotografano le copertine dei romanzi di Elsa Morante per le loro Instagram stories. Se frequentate mercatini dell'usato, avete visto code di ventenni davanti ai banchetti dei vinili. Se avete un nipote o un figlio adolescente, forse vi ha già chiesto spiegazioni su qualche citazione di Nanni Moretti o di un film di Dino Risi.
Qualcosa di strano sta succedendo nel rapporto tra le generazioni più giovani e il patrimonio culturale italiano. E contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è semplice nostalgia — perché come si fa a essere nostalgici di qualcosa che non si è mai vissuto?
I numeri di una rinascita inaspettata
I dati parlano chiaro. Secondo le rilevazioni dell'Associazione Italiana Editori, le vendite di classici della letteratura italiana del Novecento sono aumentate del 34% tra il 2021 e il 2023, con una crescita sproporzionata nella fascia 18-25 anni. I dati di streaming musicale mostrano che artisti come Lucio Battisti, Fabrizio De André e Mia Martini hanno registrato picchi di ascolto record su Spotify tra gli under 30, spesso trainati da utilizzi in video TikTok.
Nel cinema, la Cineteca Nazionale riporta che le proiezioni di film italiani degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta — da Fellini a Visconti, da Comencini a Scola — hanno visto una crescita costante di pubblico giovane. E nel mondo della moda, i riferimenti estetici agli anni Sessanta e Settanta italiani dominano le pagine dei creator più seguiti della generazione Z.
Come si spiega tutto questo?
TikTok come macchina del tempo
La prima risposta, quella più immediata, viene dai social media. TikTok in particolare ha una caratteristica unica rispetto ad altre piattaforme: il suo algoritmo non conosce il tempo. Un video del 2023 che usa una canzone del 1972 come colonna sonora può diventare virale esattamente come uno che usa un brano uscito ieri. Questa «atemporalità algoritmica» ha creato un ambiente in cui i confini tra epoche culturali sono diventati porosi.
Ma questo non basta a spiegare il fenomeno. L'algoritmo può proporre un contenuto, ma non può costringere qualcuno a innamorarsene. E quello che emerge dai profili dei giovani italiani più seguiti sui social è qualcosa che va oltre la semplice citazione: è un vero e proprio studio, un'appropriazione consapevole.
Sara, 22 anni, studentessa di design a Bologna, gestisce un profilo Instagram con quarantamila follower dedicato all'estetica del cinema italiano degli anni Sessanta. «Non è nostalgia», spiega con una precisione che colpisce. «Non ho nostalgia di qualcosa che non ho vissuto. È più come... un'eredità che sto imparando a conoscere. Come quando scopri la storia della tua famiglia».
Non è nostalgia: è riappropriazione critica
Qui sta il punto più interessante, e forse il più frainteso dagli osservatori più anziani. Quando la Gen Z riscopre Calvino o Morante, non lo fa con gli stessi occhi con cui quelle opere erano state ricevute in origine. Lo fa con una sensibilità formata dall'intersezionalità, dal femminismo contemporaneo, dalla consapevolezza postcoloniale.
Questo significa che la rilettura è spesso critica, a volte conflittuale. I giovani lettori di Pavese ne apprezzano la prosa ma non mancano di discutere online del suo rapporto problematico con le donne. Chi riscopre i film di Fellini li ama per la loro potenza visiva ma non ignora lo sguardo maschile che li attraversa. Chi colleziona vinili di Battisti sa benissimo delle sue posizioni politiche controverse e sceglie consapevolmente come stare in relazione con quell'eredità.
È una forma di dialogo con il passato molto più sofisticata di quanto si creda. Non è venerazione acritica, è conversazione.
La moda come laboratorio
Nel campo dell'abbigliamento, il fenomeno è particolarmente visibile. L'estetica del «made in Italy» degli anni Settanta — colori saturi, tessuti naturali, linee sartoriali — è diventata un riferimento dominante per una generazione che ha scoperto il vintage come risposta etica al fast fashion.
Ma anche qui, l'appropriazione è selettiva e consapevole. I giovani che si vestono con riferimenti agli anni Settanta italiani non stanno cercando di tornare in quell'epoca — stanno estraendo dall'estetica di quel periodo quello che risuona con i valori di oggi: la qualità sulla quantità, l'artigianalità sull'usa e getta, l'individualità sul conformismo.
«Prendo un vestito degli anni Settanta e lo abbino a qualcosa di contemporaneo», racconta Giulia, 19 anni, di Roma. «Non voglio sembrare come qualcuno di quegli anni. Voglio sembrare come me, solo che con cose belle».
Il paradosso della riscoperta
C'è un paradosso affascinante al centro di questo fenomeno. Le generazioni che hanno vissuto in prima persona gli anni d'oro della cultura italiana — il cinema neorealista, il boom economico, la stagione della canzone d'autore — spesso si sono allontanate da quell'eredità, forse per la normale necessità di ogni generazione di distinguersi dai propri genitori. I loro figli, i Millennials, hanno guardato altrove, verso la cultura angloamericana, verso il pop globale.
E poi sono arrivati i nipoti, senza il peso del conflitto generazionale diretto, liberi di scegliere senza dover rifiutare niente. E hanno scelto di tornare.
È un meccanismo che la sociologia della cultura conosce bene: spesso ci vogliono due generazioni perché un patrimonio venga riscoperto con occhi nuovi. La distanza temporale elimina il conflitto edipico e permette un avvicinamento genuino.
Cosa ci dice tutto questo
Il «ritorno» dei classici italiani tra le generazioni più giovani non è un segnale di conservatorismo culturale né una fuga dal presente. È qualcosa di più interessante: è la prova che la cultura non si accumula in modo lineare, ma si muove in spirali, tornando su se stessa a ogni giro con angolazioni sempre diverse.
Fellini visto con gli occhi di un ventenne del 2024 non è lo stesso Fellini visto nel 1963. Calvino letto su un e-reader tra un podcast e una serie Netflix non è lo stesso Calvino letto in una casa senza televisione. Le opere cambiano perché cambiamo noi, perché cambia il mondo in cui le riceviamo.
E forse è proprio questo il significato più profondo di questo fenomeno: ci ricorda che la cultura italiana non è un museo da conservare, ma un organismo vivo che continua a rinascere, ogni volta in forma nuova, ogni volta con qualcosa di diverso e inaspettato da dire.
Come una fenice, appunto. Sempre.